Un recente studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences e condotto da ricercatori della Columbia University e della Rutgers University, ha rivelato che l’acqua in bottiglia può contenere da 10 a 100 volte più particelle di plastica di quanto precedentemente stimato. Grazie a una nuova tecnologia, gli scienziati sono stati in grado di individuare, contare e analizzare le nanoparticelle presenti nell’acqua in bottiglia.
Le nanoplastiche, che hanno una larghezza pari a un millesimo di quella di un capello umano, sono così minuscole da poter attraversare i tessuti del tratto digestivo o dei polmoni e finire nel flusso sanguigno, diffondendo potenzialmente sostanze chimiche sintetiche nocive in tutto il corpo e nelle cellule.
Secondo la ricerca, un litro d’acqua esaminata conteneva in media 240mila particelle di plastica provenienti da sette tipi di plastica differenti, di cui il 90% identificate come nanoplastiche e il rimanente come microplastiche, frammenti polimerici con dimensioni che vanno da meno di 5 millimetri a 1 micrometro. Le nanoplastiche, invece, sono misurate in miliardesimi di metro.
La nuova tecnologia ha permesso di esaminare milioni di nanoparticelle presenti nell’acqua, che potrebbero includere “nanoparticelle inorganiche, particelle organiche e altre particelle di plastica non appartenenti ai sette principali tipi di plastica studiati”, ha dichiarato il coautore e chimico ambientale Beizhan Yan, professore di ricerca associato della Columbia University.
Microplastiche. I rischi per la salute
Gli esperti ritengono che le nanoplastiche rappresentino la forma più preoccupante di inquinamento plastico per la salute umana. Questo perché le particelle minuscole possono penetrare nelle singole cellule e nei tessuti degli organi principali, potenzialmente interferendo con i processi cellulari e rilasciando sostanze chimiche che possono alterare il sistema endocrino, come bisfenoli, ftalati, ritardanti di fiamma, PFAS e metalli pesanti.
Quali sono le plastiche che stiamo ingerendo?
Il nuovo metodo di studio per individuare le nanoparticelle nell’acqua in bottiglia si basa su una versione modificata della spettroscopia Raman, una tecnica di analisi dei materiali basata sul fenomeno di diffusione di una radiazione elettromagnetica monocromatica da parte del campione analizzato. Al momento della pubblicazione, l’algoritmo dello studio era in grado di identificare sette tipi di plastica: poliammide, polipropilene, polietilene, polimetilmetacrilato, polivinilcloruro, polistirolo e polietilene tereftalato.
“In base ad altri studi, ci aspettavamo che la maggior parte delle microplastiche nell’acqua in bottiglia derivasse dalla plastica PET (polietilene tereftalato) delle bottiglie stesse”, ha affermato Naixin Qian, autore principale dello studio e dottorando in chimica presso la Columbia University. “Abbiamo scoperto che in realtà ci sono molti tipi diversi di plastica presenti in una bottiglia d’acqua, ognuna con distribuzioni dimensionali diverse”, ha aggiunto. “Le particelle di PET erano le più grandi, mentre altre erano fino a 200 nanometri, dimensioni molto più piccole”.
Gli studi hanno rivelato che le particelle di plastica PET possono essere generate attraverso l’apertura e la chiusura ripetuta del tappo della bottiglia, la compressione della bottiglia stessa o l’esposizione al calore, come quello generato all’interno di un’automobile dove spesso vengono conservate.
Microplastiche trovate anche nelle placenti umane
In una altra ricerca, pubblicato il 17 febbraio 2024 sulla rivista Toxicological Sciences, sono stati analizzati 62 campioni di tessuto placentare umano, scoprendo che la plastica più comune rilevata era il polietilene, utilizzato per la produzione di sacchetti e bottiglie di plastica. I ricercatori hanno scoperto che il polimero più diffuso nel tessuto placentare era il polietilene, utilizzato per realizzare sacchetti e bottiglie di plastica. Rappresentava il 54% del totale della plastica. Il cloruro di polivinile, meglio conosciuto come PVC, e il nylon rappresentavano ciascuno circa il 10% del totale, mentre il resto era costituito da altri nove polimeri.
Il professor Matthew Campen dell’Università del New Mexico, negli Stati Uniti, alla guida dello studio, ha dichiarato: “Se notiamo effetti sulla placenta, allora l’intera vita dei mammiferi su questo pianeta potrebbe esserne influenzata. Questo non è un segno positivo